Qui giace la Goldilocks economy, Parte #1

di David Stockman

Uno dei meme più fuorvianti di Wall Street è l’idea dell’esistenza di una “Goldilocks economy”. (Nella famosa storia di Riccioli d’oro e i tre orsi, la giovane Riccioli d’oro afferma di preferire il porridge che è della giusta temperatura, né troppo caldo né troppo freddo. Dal punto di vista economico, siamo entrati in una fase analoga, quella del «quanto basta», che gli addetti ai lavori definiscono “Goldilocks economy”; un ciclo economico che si regge su un equilibrio molto fragile e paradossale, dato che funziona, ma a patto che la crescita resti moderata, ndT)

Questa teoria recita che con l’economia in un equilibrio di crescita perfetto e senza fine, gli scommettitori dovrebbero essere desiderosi di acquistare azioni e la banca centrale non dovrebbe avere fretta di rimuovere la ciotola del punch monetario.

Quando il presunto numero positivo di lavori a febbraio è stato seguito da un presunto raffreddamento dell’IPC, lo zombie-box si è riempito di spacciatori della “Goldilocks economy”. Il grande David Rosenberg, un economista onesto che alla fine è fuggito da Wall Street per andare a Toronto, ha fatto notare invece che l’inflazione di base sta accelerando rapidamente.

Su base annua l’IPC meno cibo ed energia è stato “solo” dell’1.8%, ma questo dato incarna anche il crollo dei prezzi nei servizi di telecomunicazione lo scorso marzo. Per contro, su base trimestrale, l’IPC di base è aumentato dall’1.9% a novembre al 2.3% a dicembre, al 2.9% a gennaio e al 3.1% a febbraio!

Infatti il tasso annuale a tre mesi del 3.1% a febbraio è stato il più alto da prima che la Lehman andasse in bancarotta a settembre 2008.

Inoltre stiamo parlando dell’IPC “di base” qui, privo delle fluttuazioni di prezzo del petrolio che confondono il quadro generale. E questo significa anche che quando l’enorme aggiustamento nelle telecomunicazioni scemerà il suo effetto il prossimo mese, anche la cifra annuale dell’IPC di base meno cibo ed energia accelererà bruscamente.

Poi è arrivato il numero terribile delle vendite al dettaglio per il terzo mese consecutivo. Infatti sembra che la media mensile di dicembre/febbraio a $492.4 miliardi sia in realtà quasi un miliardo sotto il livello riportato a novembre.

Perché qualcuno dovrebbe essere sorpreso? È noto che i consumatori statunitensi abbiano fatto acquisti online durante la loro mania natalizia, e lo hanno fatto ricorrendo massicciamente alle loro carte di credito: il tasso mensile dei prestiti è quasi raddoppiato nell’ultimo trimestre dello scorso anno.

Ora, a quanto pare, i consumatori stanno tentando di rimborsare parte di quel debito, utilizzando i rimborsi fiscali di febbraio ed i loro stipendi al netto delle imposte. Non importa, ovviamente, se il debito che apparentemente hanno ripagato era, al margine, preso in prestito dallo Zio Sam per rendere il tutto possibile.

Ma vogliamo anticiparvi una cosa che leggerete nella Parte 2 di questa serie di tre articoli: la follia federale in agguato per l’anno fiscale 2019 è esattamente ciò che sta per mettere a dormire ciò che rimane della “Goldilocks economy”.

Inutile dire che tre mesi di vendite al dettaglio in scivolata è difficile che annuncino un successivo trimestre in forte espansione per le spese personali al consumo (le vendite al dettaglio sono il 60% del totale) e per il PIL reale, ma la stampa finanziaria aveva anche una risposta per questo: rimborsi fiscali!

Le tabelle sulle ritenute d’acconto sono state adeguate per riflettere il taglio delle imposte di Trump annunciato all’inizio di febbraio, che per i singoli contribuenti raggiunge il picco nel primo anno con un tasso annuo di riduzione di $190 miliardi. I rimborsi sono scivolati? Beh, in realtà no. Lo scorso febbraio (2017) i rimborsi fiscali ammontavano a $113 miliardi e questo febbraio la cifra è di circa $129 miliardi.

Allo stesso modo, l’IPP di febbraio per le vendite finali di beni era del 2.8% anno/anno, ma le teste di legno di MarketWatch hanno dichiarato “domata l’inflazione a febbraio” perché, beh, la cifra era leggermente inferiore al 3.1% a/a di gennaio.

La stampa finanziaria è così persa nel voler tener conto del punto decimale di tali cifre che MarketWatch ha incluso questo grafico per supportare la sua tesi di un’inflazione domata.

Davvero?

Quando diciamo che la narrativa di Wall Street è stata completamente corrotta dall’interminabile flusso monetario e dalle operazioni di supporto ai prezzi da parte della FED, è esattamente ciò che intendiamo. Quindi abbiamo vendite al dettaglio deboli ed inflazione in risalita, ma lo zombie-box insiste col dire che non c’è “inflazione” e nessuna recessione in vista, e che di conseguenza il 2018 sarà un anno buono per le azioni.

Questo se la FED non farà nulla di avventato e priverà i giocatori d’azzardo dei loro carry trade. Dopotutto, i tassi a breve termine utilizzati per finanziare la speculazione dei carry trades e il mercato delle opzioni, sono stati negativi in ​​termini reali sin dall’autunno del 2008. Perché non un altro anno ancora?

La verità, naturalmente, è che nei delta mensili in entrata c’è così tanto rumore statistico che né Wall Street né i keynesiani presso la FED hanno qualche idea su dove stia andando l’economia nel breve termine, o anche dove sia in questo momento.

Ciò è stato evidente dalla corsa al ribasso nelle previsioni del PIL per il primo trimestre dopo il recente rapporto sulle vendite al dettaglio. Quello che doveva essere un trimestre buono grazie al taglio delle tasse di Trump, ora è stato ricondotto allo stesso vecchio slogan del 2% (o meno).

Per quanto riguarda le previsioni sul PIL, il personale tecnico della FED di Atlanta va bene come chiunque altro. Hanno alcune equazioni molto complesse e collaudate che consentono loro di collegare agli algoritmi i numeri mensili chiave man mano che arrivano in modo altamente meccanico e non discrezionale.

In soli 50 giorni, il loro modello per il PIL reale nel primo trimestre è sceso da un 5.4% ad un 1.9%. È quasi la stessa cosa che dire: “Gente, non ne abbiamo la minima idea!”

È anche un modo per dire che la pianificazione monetaria keynesiana è una truffa epica. Il suo modus operandi si basa su previsioni macroeconomiche a breve termine, ma anche il modello meccanico della FED più sofisticato e basato sui dati, non produce altro che rumore statistico.

Non solo non sanno dove si trovano, ma i loro strumenti di controllo sono troppo fragili per guidare un’economia capitalistica da $20,000 miliardi. E soprattutto, suddetti strumenti sono inutili in un’economia globale da $80,000 miliardi oggetto di un massiccio intervento statale, incluso quello delle relative banche centrali.

I dati discordanti odierni ed il recente entusiasmo per la “Goldilocks economy”, ci hanno fatto riflettere su quello che è successo l’ultima volta. Cioè, nell’estate e nell’autunno del 2007, quando Wall Street credeva alle stesse cose e l’indice S&P 500 continuava ad andare più in alto, raggiungendo il picco a 1570 in ottobre.

In una parola, non c’era presumibilmente alcun segno di accelerazione dell’inflazione, decelerazione della crescita economica, o un accenno al fatto che il peggiore dei due mondi (la stagflazione) fosse proprio dietro l’angolo.

A novembre 2007 la crescita delle vendite al dettaglio anno/anno raggiunse il picco al 5.3%, ma divenne inferiore al 2.0% l’aprile successivo, toccò la linea piatta a settembre e poi scese a -12% su base annua a dicembre 2008.

Allo stesso tempo, l’IPP meno cibo ed energia andò dall’altra parte. Da un tasso annuo del 2.2% a novembre 2007, accelerò al 3.0% il maggio successivo e poi al 4.0% entro l’autunno del 2008. E tale parametro escludeva l’energia e l’impatto diretto del massiccio shock petrolifero a $150 al barile a luglio del 2008.

Alla fine, non è possibile trovare un grafico peggiore per il mercato azionario di quello qui sotto. Nessuno a Wall Street vide arrivare la recessione. La previsione degli utili operativi per il 2008, infatti, era a di $110 per azione per l’indice S&P 500. Nella realtà arrivarono solo a $49 per azione.

Nella Parte 2 documenteremo perché il tipo di macro-shock rappresentato nel grafico qui sopra accadrà di nuovo. E l’allarme è questo: lo scoppio della bolla di Wall Street nell’autunno del 2008 è ciò che ha rallentato l’economia di Main Street. E come ora, era visibile monitorando il casinò azionario, non i delta mensili dei mulini statistici di Washington.

Inoltre, come allora, il consumatore americano è di nuovo sommerso nei debiti, perché Wall Street e la FED hanno dichiarato che “tutto va bene”.

Presto capiranno che sono stati commessi gli stessi errori, per l’ultima volta però.

R.I.P, “Goldilosk economy”.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/

=> Potete leggere la Parte 2 a questo indirizzo:

=> Potete leggere la Parte 3 a questo indirizzo:


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“Qui giace la Goldilocks economy, Parte #1” è stato scritto da Francesco Simoncelli e pubblicato su Rischio Calcolato.

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