Ma l’Europa che condanna la Russia per gli arresti, è la stessa che plaudiva la Guardia Civil nei seggi?


Mentre scrivo queste poche righe, la situazione politica italiana è – se possibile – più incasinata che mai. Tra poco inizieranno le consultazioni al Quirinale, l’ultimo giro di giostra e rispetto al mio articolo di ieri, è giunta l’ennesima offerta di Luigi Di Maio a Matteo Salvini per sparigliare le carte: faccio un passo indietro come premier, scegliamo un primo ministro terzo insieme che faccia poche cose (abolizione della Legge Fornero, reddito di cittadinanza e legge anti-corruzione) ma resta la pregiudiziale anti-Berlusconi, Forza Italia se vuole può garantire solo l’appoggio esterno. Dal vertice serale del centrodestra a Palazzo Grazioli è filtrata la notizia di un duro scontro al riguardo fra l’ex Cavaliere e il giovane leader della Lega, rumor che rende ancora più complicato immaginare cosa potranno dire fra qualche ora al presidente della Repubblica, recandosi il centrodestra unito alle consultazioni, pur avendo – a quanto pare – una posizione diametralmente opposta sul da farsi.

Manca poco e vedremo. Sono sincero, però: non so voi ma io mi sono rotto il cazzo. Non ne posso più di star dietro alle acrobazie circensi di questi presunti leader, tutti, nessuno escluso. Sono due mesi che si annusano come cani in calore, salvo poi abbaiarsi dietro: senza mai mordersi, però. E non mi interessa nemmeno più capire, se mai fosse possibile in un contesto del genere, chi ha ragione e chi ha torto: il grado di cialtroneria emerso dal 4 marzo in poi è totale e generale, per quanto mi riguarda. Qualsiasi sarà la decisione presa, qualsiasi sarà l’epilogo di questa pantomima infinita, a rimetterci sarà il Paese, già bollito di suo. Ci sono però un paio di questioni che vorrei trattare, brevemente e in maniera netta: perché adesso pare proprio sia giunto il momento della distopia assoluta, pare arrivato il punto di non ritorno rispetto alla profezia di George Orwell.

Ovvero, la guerra è pace, la schiavitù è libertà, l’ignoranza è forza. Nell’articolo di ieri, evidenziavo come l’ipotesi di un messaggio alla nazione di Sergio Mattarella rappresentasse una forzatura sospetta: bene, ieri un altro leader ha parlato al suo Paese. E su temi un attimino più seri delle impuntature grilline o sul patetico tentativo di resistenza al tempo, quasi un Dorian Gray senza poesia, di Silvio Berlusconi. Hassan Rohuani, presidente iraniano, nell’approssimarsi del 12 maggio, data in cui Donald Trump dovrà pronunciarsi riguardo l’accordo nucleare con Teheran, ha messo in guardia gli Stati Uniti dal compiere passi falsi: “Se gli USA lasceranno, se ne pentiranno come mai prima”. Davvero siamo alla vigilia di un possibile conflitto?

Davvero Israele attende solo la possibile reazione di Teheran all’addio di Washington all’accordo per dar vita a un conflitto con Teheran? Una cosa è certa: dopo le parole di Rouhani e con la scadenza che si avvicina, i contratti future front-month del WTI hanno toccato quota 70 dollari per la prima volta dal novembre 2014. O sarà l’Arabia Saudita, talmente in modalità “bravo bambino” da aver stretto un accordo con il Vaticano che permetterà alla Santa Sede di costruire chiese nel Regno, a dare il calcio d’inizio? L’accelerazione delle operazioni in Yemen parlerebbe questa lingua, così come il balzo in avanti del petrolio: Ryad ha bisogno del greggio a 88 dollari al barile, qualcosa occorre fare per raggiungere quel breakeven che metterebbe al riparo al deficit di budget.

Insomma, un troiaio generale, altro che le nostre baruffe quirinalizie. E che dire del silenzio assordante dei media occidentali, italiani in testa, rispetto a quanto confermato venerdì scorso dal Dipartimento di Stato? Ovvero che lo stesso, su ordine di Donald Trump, ha chiuso i rubinetti dei finanziamenti diretti nei confronti degli “Elmetti bianchi”, di fatto confermando quanto anche i sassi sanno da sempre: quelli che la disinformazione globale dipingeva come volontari al servizio dei civili siriani, tanto bravi e indipendenti da meritare l’Oscar, il Nobel e un film tributo prodotto da Netflix, altro non erano che l’ennesima ONG di copertura a libro paga dei Washington in uno scenario di guerra. Nei fatti, erano il braccio mediatico di Al-Nusra e soci. E la CBS nel dare la notizia, ha fornito anche dei particolari interessanti: gli USA avrebbero finanziato questi maestri delle messinscena e degli effetti speciali con 32 milioni di dollari, circa un terzo dei finanziamenti totali ricevuti dall’organizzazione, attraverso uno schema nato al Dipartimento di Stato sotto l’amministrazione Obama e utilizzando come veicolo un contractor appartenente al programma USAID nella regione, Chemonics, a partire dal 2014 e MayDay Rescue.

Quest’ultima sigla, a sua volta, è finanziata direttamente dai governi di Olanda, Germania, Danimarca e Regno Unito. Insomma, i valorosi volontari che sono stati alla base di quasi tutte le denunce di atrocità e violazioni dei Trattati internazionali da parte dell’esercito siriano e russo, fra cui i mitologici bombardamenti di ospedali pediatrici che hanno reso immortali le cronache di Lucia Goracci e le intemerate di Giovanna Botteri per il Tg3, sono di fatto dei mercenari della disinformazione al soldo del Dipartimento di Stato USA: come mai “La Stampa” e “La Repubblica” non hanno sparato la notizia in prima pagina, garantendole medesima eco rispetto alle denunce degli “Elmetti bianchi”? Ed Enrico Mentana, l’indignato a targhe alterne, perché non ha aperto il suo tg su La7 con la notizia, la quale a differenza del forno crematorio di Assad – che poté godere di quel trattamento mediatico privilegiato – non arrivava da Amnesty International ma dal Dipartimento di Stato USA? Come mai? Troppe merde pestate negli anni per ammettere di essere stati la grancassa volenterosa e tutt’altro che critica della propaganda bellica e bellicista statunitense e occidentale?

Ma c’è dell’altro al riguardo, c’è del doppiopesismo nuovo di zecca con cui fare i conti. Eccolo: “La detenzione di oltre mille dimostranti e la violenza utilizzata nei loro confronti da parte delle autorità russe in tutta la nazione oggi, minaccia le libertà di espressione, associazione e assemblea fondamentali nella Federazione Russa. Pur sapendo che alcune delle dimostrazioni tenutesi in città russe erano non autorizzate, condanniamo la brutalità della polizia e gli arresti di massa”. Sapete chi ha scritto queste righe? L’Unione Europea in un commento ufficiale a quanto accaduto sabato in Russia a seguito delle manifestazioni contro Vladimir Putin organizzate dall’altro stipendiato a pieno servizio del Dipartimento di Stato, il presunto “oppositore” e militante anti-corruzione, Alexei Navalny, arrestato per l’ennesima volta e, stranamente, sempre in favore di telecamere, teleobiettivi e smartphone: come mai i video dei suoi arresti tendono ad essere tutti uguali, ovvero ripresi da un’unica prospettiva?

Forse chi di dovere conosce in anticipo posto e momento dell’arresto, della “brutale repressione” della polizia russa? Ma, soprattutto, sorge una domanda: l’UE così rapida, vigile e ferrea nel condannare i fatti accaduti in Russia, è la stessa che per giorni ha girato la testa di fronte all’operato della Guardia Civil in Catalogna durante il referendum per l’indipendenza? E’ la stessa che definì l’accaduto “un fatto interno alla politica spagnola, su cui l’Europa non intende intervenire”? Le manganellate, le cariche, gli arresti sommari e le irruzioni nei seggi elettorali vanno bene se le comanda Mariano Rajoy e invece sono brutali violazioni dei diritti fondamentali se al potere c’è Vladimir Putin? Occhio, perché la gente comincia ad averne pieni i coglioni delle vostre bugie. E dei vostri teatrini. Siano essi concepiti e messi in atto in Siria, nelle strade di una città russa o nei saloni pieni di stucchi del Quirinale.


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“Ma l’Europa che condanna la Russia per gli arresti, è la stessa che plaudiva la Guardia Civil nei seggi?” è stato scritto da Mauro Bottarelli e pubblicato su Rischio Calcolato.

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