Fino all’altro giorno, metà governo Conte avrebbe sottoscritto le parole di Juncker. E adesso, auguri


E’ nato il governo Mattarella, evviva! No, non mi sono sbagliato. E nemmeno ho bevuto. Semplicemente, osservo i fatti. Chi ha spinto più di tutti perché nascesse l’esecutivo Conte, fresco di accettazione al Quirinale e in attesa del giuramento di domani, vigilia del giorno in cui i due vice-premier avevano chiamato a raccolta nelle piazze i loro militanti contro il “golpe” del Quirinale e per sostenere l’impeachment? Sergio Mattarella. Prima inventandosi di sana pianta il “governo neutrale” per uscire dall’impasse del dialogo infinito fra Lega e M5S, tra veti incrociati e timori reciproci di contraccolpi elettorali e poi tirando fuori dal cilindro la carta Cottarelli, congedatosi dal non-incarico addirittura fra gli applausi senza precedenti della sala stampa per il suo stile e divenuto testimonial di prestigio dei sostenitori del nuovo governo come Antonio Padellaro che, a PiazzaPulita, ha citato la frase che l’ex Commissario alla spending review ha detto lasciando il Quirinale, a supporto dell’esecutivo entrante: “E’ di gran lunga meglio un governo politico che uno tecnico”.

Soprattutto, se la missione è andare al macello. Per un paio di giorni non riuscivo a capacitarmi del fatto che uno con il curriculum e la carriera potenziale di Carlo Cottarelli potesse accettare quella che era una missione suicida, visto che non aveva i numeri. Mi ero autoconvinto che, in realtà, sapesse cose che io non sapevo e che quei numeri sarebbero saltati fuori, magari grazie al mago di Arcore: invece no, era solo una pantomima per spingere Lega e M5S a rompere gli indugi e fare il grande passo, togliendo dal tavolo il pericolo più imminente per il Quirinale. Ovvero, il voto balneare. Chapeau, geniale. Del nuovo governo, ammetto che non mi interessi più di tanto: per il ruolo che è chiamato a ricoprire, andavano bene anche dei cartonati. Ma siccome occorre salvare le apparenze e inviare segnali, eccone alcuni. Alla faccia del cambiamento e dell’anti-sistema, agli Esteri viene promosso il buon Moavero, già ministro comunitario con Letta e Renzi.

All’Economia arriva Giovanni Tria, uno che negli ultimi anni è stato collaboratore de “Il Foglio”, sodale accademico di Renato Brunetta e che, soprattutto, per finanziare la flat tax si è detto favorevole all’aumento dell’IVA. Il paraculo non solo mette le mani avanti, evitando l’impopolare rogna di reperire in tempi brevi le risorse per sterilizzare le clausole di salvaguardia, spalmando i costi sulla tassazione indiretta per tutti ma tiene aperte tutte le porte, perché i suoi scritti sul “Sole24Ore” non sono esattamente un inno alla necessità di riformare l’Unione dalle fondamenta e con il tritolo. Lo stesso premier Conte, poi, si è detto non più tardi della settimana scorsa un tifoso dell’unione bancaria, di fatto la testa d’alce che Mario Draghi vorrebbe appendere al muro del suo curriculum prima di abbandonare l’Eurotower l’anno prossimo: anche in questo caso, non esattamente un profilo alla Savona.

Il quale è stato relegato alle politiche comunitarie, dicastero di importanza talmente fondamentale da essere stato affidato a Sandro Gozi nella scorsa legislatura: di minore interesse c’è solo lo studio degli organismi monocellulari del Borneo, penso. Anche in questo caso, alla fine la battaglia l’ha vinta Mattarella con il suo veto. E, come dicevo prima, non si tratta di nulla di sostanziale, solo un messaggio politico. E un danno collaterale: perché al primo intoppo governativo, alla prima lite fra alleati – anzi, contraenti, essendo un contratto e non una coalizione -, alla prima manovra impopolare o destinata a mettere in contrapposizione i due elettorati – Nord per la Lega, Sud per M5S -, potrebbe essere più di qualcuno l’elettore scontento pronto a mettere sul piatto della bilancia proprio il voltafaccia su Savona, passato da oggetto di un dkitat sine qua non a ingombrante pedina da piazzare da qualche parte, pur di chiudere. Il tutto, dopo aver detto a poche ore dalla presentazione del governo che era indisponibile ad altro incarico che non fosse il MEF. Anche lui, a coerenza, se la gioca con Giorgia Meloni, sintesi umana di come si possa sbagliare politicamente ogni mossa possibile.

Discorso chiuso sul governo, spero che ci portino al 6% di crescita annua e all’ottenimento di un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’ONU. C’è però questo:



ovvero, l’ennesima polemica Roma-Bruxelles, proprio mentre veniva annunciato l’accordo di governo. Jean-Claude Juncker avrebbe detto che gli italiani devono pensare a lavorare di più e ad essere meno corrotti. Apriti cielo, dopo Oettinger – rampognato proprio da Juncker per la sua battuta sui mercati maestri di vita e di voto contro i populismi -, dall’Europa sembrava arrivare un altro assist perfetto per Salvini e Di Maio, roba che Cristiano Ronaldo in confronto è un dilettante dello smarcare. Come vedete, la frase sarebbe stata un pochino differente e, se così davvero fosse, difficile dargli torto, visto come vengono spesi i fondi comunitari per il Sud, quando vengono spesi e non lasciati inutilizzati, poiché non vengono nemmeno organizzati i bandi di gara per le assegnazioni. Già scordati gli scandali sui corsi per stilisti o manicure organizzati dalla Regione Sicilia con i denari dell’UE? Dai, smettiamola di fare gli indignati. E non tanto per Juncker in sé ma per il fatto che se anche il nostro SuperCiuk avesse detto davvero la prima versione della frase, metà del governo Conte che giurerà domani sulla Costituzione, fino a pochi mesi fa avrebbe sottoscritto quelle parole contro i “terroni”. E, probabilmente, in cuor loro lo fanno anche adesso, però privatamente, perché occorre essere sovranisti e nazionalisti.

Negli anni che ho lavorato a “La Padania” avrò passato in titolazione centinaia di frasi del genere, tutte benedette dal “Capo” e contro le quali nessuno aveva nulla da ridire. Poi, francamente, io capisco le giravolte perché il sovranismo porta a Palazzo Chigi – oltretutto, invocando la coerenza! – ma almeno evitiamo proprio l’ipocrisia totale, perché abbiamo giornali e tv pieni di scandali dei furbetti del cartellino, abitudine abbastanza diffusa, a essere onesti: perché ci incazziamo con i fannulloni e truffatori quando “Striscia” manda in onda i filmati e poi mandiamo affanculo Juncker se esprime, più meno, lo stesso concetto di denuncia? Vogliamo parlare della corruzione? Vogliamo negare che esista? No, perché in questo caso è l’altra metà del governo, quella grillina che rompe il cazzo con “onestà onestà” dalla mattina alla sera, a dover far pace con il cervello, non Juncker.

Ho finito, tranquilli. Solo un’ultima cosa, veloce: vi chiederete perché liquidi a prescindere questo governo come qualcosa di transitorio, quasi un male necessario. Per questo:




sta arrivando una legnata devastante, meglio che siano Salvini e Di Maio a doverla gestire, piuttosto che uno che un domani può far comodo come Cottarelli, congedatosi fra gli applausi e i complimenti bipartisan. Temo che a Bruxelles come a Francoforte come al Quirinale, non abbiano lasciato proprio nulla al caso: la pantomima era sì tale ma con uno scopo preciso. Far asfaltare dalla crisi i due soggetti politici più scomodi, di fatto cancellando loro e le istanze anche in parte giuste che portano avanti dalla faccia della politica italiana. Ed europea. Se non per sempre, quasi. Domani poi, il quadro potrebbe completarsi con il voto di sfiducia al governo Rajoy, il quale potrebbe decidere di dimettersi prima di essere cacciato, evitando così il subentro automatico di Pedro Sanchez alla guida del Paese e il ritorno alle urne, per la terza volta in un anno e otto mesi. Altra instabilità politica all’interno dei cosiddetti PIIGS:


qualcosa già si sta muovendo in tal senso, come vedete e al netto dello sciopero di ieri, temo che la Grecia non tarderà a tornare nella merda, soprattutto se Madrid contagerò direttamente il Portogallo. Al netto delle divisioni o contrapposizioni politiche, pensate che un governo come quello che giurerà domani reggerà l’impatto di una fase di scontro economico-commerciale-finanziario come quello che abbiamo di fronte, al netto della realtà macro italiana e delle sue criticità ormai cronicizzate? Chi, nel pieno delle sue facoltà mentali, accetterebbe di lanciarsi in una sfida simile, oltretutto con un programma di promesse elettorali destinato ad essere disatteso in pieno, non fosse altro per la prerogativa del Presidente della Repubblica di rimandare al mittente provvedimenti incostituzionali o SENZA COPERTURA FINANZIARIA? Dubito che, potendo, Mattarella non si levi questa soddisfazione. Pensano di aver fatto un terno al Lotto, invece si sono appena suicidati politicamente. C’è poi un’ultima curiosità che mi piacerebbe togliermi, al netto di questo:

sarà proprio una coincidenza che nel giorno in cui gli USA dichiarano guerra ufficialmente alla Germania, proxy totale dell’UE, a Roma nasca il governo formalmente (e sottolineo, formalmente) più anti-tedesco e anti-UE possibile nel nostro Paese? O forse troppe gitarelle a Villa Taverna della Casaleggio Associati ora rischiano di diventare una pesante ipoteca sul futuro? Casualmente, sempre, proprio nel pieno di un florilegio di aperte provocazioni contro l’Italia da parte della Germania, prima con la sua stampa (notoriamente controllata da poteri non proprio teutonici) e poi con l’oscuro e fino a ieri misconosciuto Gunther Oettinger, in quel modo così pacchiano e sfacciato. E chi avrà messo in giro la versione “taroccata” delle parole di Jean-Claude Juncker, poi? Chissà. Ormai basta avere pazienza e attendere che il governo entri in carica e cominci a far seguire le azioni ai proclami, a partire dall’Eurogruppo di fine giugno. Auguroni.


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“Fino all’altro giorno, metà governo Conte avrebbe sottoscritto le parole di Juncker. E adesso, auguri” è stato scritto da Mauro Bottarelli e pubblicato su Rischio Calcolato.

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