Banche USA in sprofondo, mezzo mondo in “bear market” e Iran nel mirino: è tutto ok, guardate la tv


Sarò breve stavolta, molto breve. E conciso, lascerò parlare i grafici e le immagini. Sì, lo so, già vi sento: che due coglioni i grafici, non ci azzeccano mai, predicono crisi che non avvengono, sono solo pippe per fanatici e nerd della finanza. Tutto vero, avete ragione. Se avete tempo, però, andate a riprendervi qualche grafico del 2007 e ditemi se, in nome del “too big to fail” e del “figurati se succede”, non si è sottovalutato un pochino la situazione, drammaticamente chiara mesi prima, grazie proprio anche a quella rottura di palle dei grafici. Bastava vedere l’andamento del mercato interbancario, dai tremori iniziali fino al suo congelamento, per capire. Ma tant’è, mi scuserete se io ancora mi affido anche a questi strumenti noiosi e desueti. E poi, dai, apprezzate lo spoiler, almeno chi non è interessato non perde tempo a leggere e può tornare a guardare la tv. Perché questo vogliono, sempre di più. E lo spiegherò fra poco.
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Prima, un quadro d’insieme della giornata, di fatto caratterizzata da due notizie. Primo, la mezza marcia indietro di Horst Seehofer rispetto alla potenziale crisi di governo in Germania, seguita dalla carrambata stile Raffaella Carrà dell’incontro segreto fra Giuseppe Conte ed Emmanuel Macron a Roma, capace non solo di sbloccare la questione della nave Lifeline ma anche di aprire al primo caso di condivisione delle quote di migranti fra Paesi membri. Il tutto, benedetto dalla visita del presidente francese a Papa Francesco, riguardo la quale girano già in Rete minchiate massonico-giudaico-plutocratiche rispetto al numero di baci che si sono dati e alla carezza rituale da “fratelli muratori”. Per pietà, tutto ma non queste idiozie. Insomma, il Consiglio Europeo di giovedì e venerdì si apre formalmente su auspici meno belligeranti. Almeno sulla carta.

La secondo notizia, eccola qua,


con tanto di tweet immancabile del diretto interessato. Apriti cielo, mezza America esulta e l’altra metà già invoca la ribellione e la disobbedienza civile. Comunque sia, una cosa è certa: tv e giornali hanno la loro notizia, dopo il pianto dei bambini al confine messicano e la giacca di Melania. Una bella fortuna, perché altrimenti avrebbero dovuto parlare di questo,



ovvero del fatto che le banche USA, attraverso il proxy del loro ETF, sono in rosso da 12 sedute consecutive, la striscia negativa più lunga in 20 anni di storia! E attenzione, perché parliamo delle medesime banche che non più tardi di domenica sono state promosse a pieni voti dalla FED per avere superato questo,

cioè uno scenario avverso di stress test che veda i prezzi degli assets calare del 65% e il VIX andare sopra quota 60! Qui siamo anche oltre gli unicorni, siamo proprio al delirio istituzionalizzato. E il contemporaneo calo delle posizioni speculative sull’eurodollaro, un trilioncino nozionale in pochi mesi, parla una lingua chiara, molto 2007 come stile: stress finanziario globale. E che dire di questo,


ovvero della vaghissima sconnessione in atto fra prezzi degli assets e realtà economica? Nulla, cazzate, roba da studiosi: vuoi mettere con la disputa fra Donald Trump e la Harley Davidson che vuole delocalizzare? Davvero non c’è nulla di cui preoccuparsi? Davvero, nella mente non vi risuona la domanda “Ring any bell”? In caso non suoni nulla, magari questi due grafici


possono aiutare a far tornare la memoria: il primo ci mostra i mercati già in “bear market”, mentre il secondo quelli in correzione, ovvero sulla strada per raggiungere i primi. Ma va tutto bene, è solo sano deleverage. Lasciate stare che, casualmente, si tratti di mercati emergenti, quelli vagamente più esposti alle scelte monetarie della FED, visto l’indebitamento pubblico/privato in dollari: questo,


poi, ci mostra come Shanghai a -22,8% dai massimi di fine gennaio potrà anche rappresentare davvero una strategia di sgonfiamento della bolla ma il sincrono con Wall Street è inquietante. Calcolando, poi, che manca il terzo incomodo: l’Europa, prossima in fila nel contagio. Ma cosa volete che sia, sono solo grafici.

Come questo,

d’altronde, il quale ci mostra come, a meno di cinque giorni dal vertice OPEC di Vienna, Ryad abbia già bellamente disatteso gli accordi e, su mandato chiaro della Casa Bianca, si prepari a pompare come non mai nel mese di luglio, ovvero da subito. Il motivo? Gli USA hanno fretta di mettere pressione sull’Iran, da un lato picchiando sulla fonte dell’introito maggiore e dell’altro, con questo,


un qualcosa il cui timing è addirittura commovente. In quella che appare una riedizione della “rivolta” spontanea e popolare di fine 2017, ecco che per il terzo giorno di fila in Iran si sono registrati scontri fra la polizia e i lavoratori dei bazar, i quali protestano per la situazione economica del Paese e, stando ad alcuni osservatori sul posto, avrebbero intonato canti come “Morte alla Palestina” e “Lasciate la Siria e venite ad aiutare noi”, insomma una chiara presa di posizione e di condanna della politica espansionistica del governo. Guarda caso, ciò che infastidisce non poco USA, Israele e proprio Arabia Saudita, casualmente in contemporanea anche con quella che appare la fase finale dello scontro proxy in Yemen fra truppe di Ryad e ribelli Houthi.

Ma anche in questo caso, come per quelle rotture di coglioni dei grafici di Borsa, si tratta solo di robetta da poco, nulla che possa intralciare la gloriosa marcia del sovranismo contro le elites, le stesse che stanno operando sui mercati e nei teatri bellici con la collaborazione dei nemici alla Trump, pronti a buttare nel cesso la regolamentazione del Dodd-Frank Act e a schierarsi a fianco di Ryad per imporre l’ordine a stelle e strisce in un Medio Oriente che parla troppo farsi, russo e cinese. Ma tanto per gradire, ecco che non ci si fa mancare un fronte di destabilizzazione in più, meglio abbondare, come diceva Totò:



si sa, quando il Pakistan è stato tuo alleato privilegiato nella regione per anni e i suoi servizi segreti (ISI) una sorta di dependance estera della CIA, può risultare sgradevole non solo che tu abbia firmato lo scorso 21 dicembre il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC) ma, contestualmente, anche annunciato la denominazione in yuan di import, export e transazioni con Pechino. Et voilà, non solo in base ai credit default swap ora Islamabad è più rischiosa di Grecia, Ucraina e Argentina ma, soprattutto, la tua Banca centrale è stata costretta a tre svalutazioni da inizio anno, mandando in sofferenza le riserve e portando l’indice azionario di riferimento a -33% da inizio anno. E se la situazione potrebbe eccitare qualche animo golpista nelle forze armate o nei servizi, magari su “spintarella” di Washington, ecco che questo

potrebbe fornire il coté di destabilizzazione perfetto nell’area, con l’arci-nemico del Pakistan – anch’esso sempre più vicino a Pechino e già in pista per la de-dollarizzazione di parte dei suoi commerci e scambi – costretto a fronteggiare una delle crisi interne più severe di sempre, il tutto a fronte di una situazione di povertà e malessere estremo. Che dire, nel complesso va tutto bene a livello globale. Possiamo tornare a guardare la televisione e a sentire le belle notizie che arrivano dal vertice Conte-Macron e dalla Corte Suprema statunitense, eleggendo ogni giorno di più la questione delle migrazioni a problema numero uno del globo terracqueo. Perché è questo che vogliono, farci guardare. Senza che possiamo vedere, però.


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“Banche USA in sprofondo, mezzo mondo in “bear market” e Iran nel mirino: è tutto ok, guardate la tv” è stato scritto da Mauro Bottarelli e pubblicato su Rischio Calcolato.

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